Si tratta di cifre da capogiro: sessanta miliardi di euro che corrispondono al costo della corruzione. Il fenomeno, hanno spiegato i giudici contabili, è in costante crescita “e si è insediato e annidato dentro le pubbliche amministrazioni”. Alla resa dei conti, è proprio il caso di dirlo, si tratta della terza causa di danno all’erario.
L’ultimo allarme, nel corso di un’audizione alla Camera dal presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, è rimbalzato anche dalle tabelle di Transparency International, in base a cui l’Italia scende in due anni dal 63° al 69° posto dell’indice di percezione della corruzione. Siamo in compagnia del Ghana e delle Isole Samoa e quartultimi in Europa davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Non sono numeri vuoti: Transparency ha stimato che per ogni peggioramento in classifica si perde il 16 per cento degli investimenti dall’estero. Al contrario, scalando qualche gradino, si attrarrebbero preziose risorse. In una scala che va da 0 (molto corrotto) a 10 (per niente corrotto), l’Italia anche quest’anno ha una valutazione molto negativa: 3,9 punti. La stessa dell’anno scorso ma con un arretramento nella posizione in classifica poco edificante. I dati che la presidente della sezione italiana di Transparency, Maria Teresa Brassiolo, ha portato l’hanno indotta a lanciare un appello: “Fate il possibile per abbattere il livello di corruzione diminuendo i costi pubblici e quindi il debito”. “Sono necessarie - afferma Walter Forresu, membro del board - misure strutturali che riducano in maniera drastica il costo della governance e della politica”. Fra le proposte di Transparency Italia l’adozione di codici di condotta per i membri del Parlamento e del Governo.
Quanto detto significa che l’economia reale risente oggi più che mai dell’effetto nefasto del malaffare. Nelle capitali politiche del Continente, anche in questo campo, hanno puntato gli occhi sul nostro Paese: il Greco, l’organismo del consiglio d’Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, in un recente rapporto ha espresso preoccupazione per la mancanza di un programma nazionale coordinato e per l’indipendenza “solo parziale” delle strutture chiamate a fronteggiare il ritorno delle mazzette negli uffici pubblici. Senza contare che l’istituzione di un’autorità unica anti-corruzione sganciata dal potere politico è prevista anche da diverse convenzioni internazionali, dell’Ocse come dell’Uncac, un’organizzazione di Stati nata per combattere le infiltrazioni illecite nell’amministrazione.
Nel frattempo la nuova legge contro la corruzione, varata dal governo Berlusconi nel marzo del 2010, dopo il sì del Senato attende ancora il via libera definitivo della Camera. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha annunciato una riforma (per ora solo una) per sanzionare nuove figure giuridiche come la corruzione privata all’interno delle imprese. Risultato: la battaglia risulta impari per la Corte dei Conti e nel 2010 sono stati recuperati solo 293 milioni, di cui 32,19 milioni sono il risultato delle 47 sentenze emesse dalle quattro sezioni d’appello che hanno condannato per danni patrimoniali da reato contro la pubblica amministrazione 90 funzionari pubblici. Aggiungiamo 4,73 milioni per danni all’immagine. Le sezioni regionali della Corte invece hanno emesso 350 sentenze con condanne al pagamento di 252,68 milioni per danni patrimoniali e altri 3,57 per danni all’immagine della pubblica amministrazione. Ma incombono le citazioni in giudizio da parte delle procure regionali della Corte: delle 227 depositate, 95 riguardano reati di truffa e falso, 50 peculato e 40 concussione e corruzione. Nel Lazio il maggior numero di citazioni, poi Calabria, Sicilia e Campania.
Senza considerare l’aspetto morale della questione, rimane il fatto che il peso economico della corruzione incide, su ogni contribuente, per circa mille euro a testa oltre a frenare gli investimenti esteri, come spiegato prima.
Oltretutto la stima della Corte dei conti di sessanta miliardi di ‘buco’ rischia di essere solo una buona approssimazione perché, come spiega il presidente Luigi Giampaolino, “i reati di corruzione sono caratterizzati da una rilevante difficoltà di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia, non solo perché si tratta di comportamenti che spesso nascono da un accordo fra corruttore e corrotto ma anche perché, nell’ambiente in cui sorgono, anche le persone estranee al fatto, ma partecipi all’organizzazione, non dimostrano disponibilità a denunciare fenomeni di tal tipo”.
Anche la magistratura ordinaria registra un aumento dei reati contro la pubblica amministrazione: in particolare i procedimenti per concussione, nei cinque anni fra il 2005 e il 2010, sono stati in costante aumento: da 114 a 144 quelli per cui hanno proceduto otto grandi uffici giudiziari (Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo). Il dato, fornito dal Governo italiano, è contenuto in un rapporto del Greco del 14 giugno 2011, che non ha mancato di far notare che “i procedimenti giudiziari falliti per la scadenza dei termini di prescrizione è ritenuta causa, almeno nella percezione del pubblico, di una parte inquietante della corruzione”.
Il tema della necessità di costituire un’Autorità di controllo super partes è stato posto, a più riprese, da diverse organizzazioni internazionali tra cui Ocse e Uncac (nazioni unite contro la corruzione), che sia un’autorità “indipendente, stabile, efficace”. In Italia questa struttura non esiste, da quando - nel 2008 - il Governo ha soppresso l’alto commissariato trasferendone le funzioni al dipartimento della funzione pubblica presso la presidenza del Consiglio.
Il nostro piano anti-corruzione nazionale di cui si attende la messa in opera sarà l’insieme di singoli programmi regionali, da presentare in Parlamento e periodicamente aggiornare. E ancora: un osservatorio che fornisca alle istituzioni dati e statistiche ufficiali sul fenomeno. Quindi norme sulla ineleggibilità alla Camera e al Senato di condannati in via definitiva. Il disegno di legge, varato il primo marzo 2010 dal governo Berlusconi, ha avuto a giugno l’ok del Senato ma attende di essere esaminato dalla Camera. In ogni caso, il ddl che giace a Montecitorio non è sufficiente, secondo il nuovo Guardasigilli Paola Severino: “Ci sono figure giuridiche nuove come la corruzione privata all’interno delle imprese, cioè una forma di corruzione - ha detto il ministro - che non riguarda pubblici ufficiali”.
In definitiva la corruzione come parte di una zavorra economica più pesante, quella dei costi dell’illegalità. È una particolarità del caso-Italia. Se è vero che, come denuncia ilGafi (gruppo d’azione finanziario internazionale contro il riciclaggio) “è stretto il rapporto fra corruzione e riciclaggio in Europa”, è vero pure che quest’ultima voce nel nostro Paese ha una rilevanza non secondaria: 150 miliardi, il 10 per cento del Pil. “È la prima industria italiana”, segnala il procuratore antimafia Piero Grasso. E la corruzione, il fatturato delle mafie, il pizzo, l’evasione fiscale fanno crescere ancor di più il peso del malaffare sul debito pubblico.
(Fonte: Repubblica.it, DOSSIER Economia & Finanzia, del 21 dicembre 2011)