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Manovra di Stabilità Riduci
Abbiamo raccolto il parere di Stefano Bellezza, dirigente Settore Sicurezza e Polizia locale Regione Piemonte, e di Luigi Marucci, Responsabile Nazionale del Dipartimento Polizia Locale C.S.A. per l’Ospol, Organizzazione Sindacale Polizia Locale, i quali hanno dato il loro parere sull’operato del Governo Monti, in merito agli argomenti che avranno maggiori ricadute sui Corpi di polizia locale e più in generale sul settore delle PA.
Le due interviste aggiungono due ulteriori punti di vista a quelli raccolti dai Comandanti delle polizie locali e municipali, già pubblicati.

I dirigenti del Settore Sicurezza

A proposito dei cambiamenti che si profilano all’orizzonte per gli Enti locali, abbiamo ascoltato il parere di chi svolge un ruolo direzionale per il settore della Sicurezza e della Polizia locale, il cui ambito professionale sarà direttamente condizionato dalle scelte che il Governo centrale ha deciso di operare per il prossimo futuro.


Stefano Bellezza

Dirigente Settore Sicurezza e Polizia locale

Regione Piemonte


“È forse eccessiva l’attesa che l’attuale Governo possa portare a termine riforme radicali. La risoluzione della crisi non dipende più e solo dall’Italia ma dall’Europa ed oltre.
Finora questo Governo ha dimostrato che esistono altri stili di vita e di comportamento rispetto al precedente.
Comunque ritengo che non sia qui la sede per soffermarsi su questi temi. Mi interessa qui segnalare alcuni punti che emergono, già dalle manovre economiche effettuate o dal Decreto Salva Italia, per cui per comprenderne gli effetti che produrranno nel campo della Polizia Locale non bisogna essere dei professori.

Mi riferisco in particolare a:
a) blocco assunzioni
b) elevazione età di servizio
c) abrogazione dell’equo indennizzo
d) accorpamenti e scioglimenti Enti

Le premesse portano quindi ad una riduzione nel tempo della forza di Polizia Locale attualmente in servizio, ad un processo di invecchiamento degli operatori, ad una riduzione dell’efficienza dei servizi da svolgere.
Sempre di più, sia a livello governativo/parlamentare, sia a livello di amministrazioni si tende a spostare il ruolo della Polizia Locale da Polizia prevalentemente amministrativa a Polizia giudiziaria, se non di sicurezza.
Il tutto senza parificarla né dei diritti, né nei salari ai corpi di polizia a valenza generale.
Si toglie l’equo indennizzo alla Polizia Locale e lo si lascia agli altri Corpi e qui si crea una differenza difficilmente comprensibile fra operatori che svolgono le stesse funzioni.
Si eleva ora l’età di lavoro della P.L. a 66 anni, più l’aspettativa di vita e gli altri Corpi restano a 57 o 53 anni con possibilità di scivolamento, in base ai servizi prestati, e comunque in attesa di un decreto, che ai sensi dell’art. 24 c. 18 della legge 22/12/2011 n. 214, dovrebbe essere emanato entro il 30 giugno 2012 ‘… adottando le relative misure di armonizzazioni dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, tenendo conto delle obiettive peculiarità ed esigenze dei settori di attività nonché dei rispettivi ordinamenti …’.
Dai nonni vigili ai vigili nonni. Come si farà a continuare a sostenere che tutti gli operatori devono essere impegnati in strada, anche gli anziani pieni di acciacchi? O il tutto si tramuterà in una nuova penalizzazione per i lavoratori a fine carriera, magari abbassando il montante contributivo, togliendo parti di indennità? O trasferendoli ad altri incarichi fuori dal Corpo di P.L.
Il maggior numero di servizi di P.L. presenta ridotte dimensioni e gli agenti svolgono tutte le mansioni.
Il lavorare in Enti più grandi, per quelli che obbligatoriamente dovranno mettersi insieme, comporterà anche solo banalmente che dovranno imparare a lavorare insieme condividendo funzioni e servizi. Problemi di collocazione o ricollocazione si apriranno laddove la funzione di Polizia Locale si svolgerà a livello di Unione. Cosa succederà ai dipendenti dei singoli Enti e come funzionerà il servizio?
Ho voluto qui richiamare alcuni titoli per significare che su queste problematiche si dovrà ragionare ai diversi livelli e diverse responsabilità e che la cosa non è più rinviabile.
Ci vuole una discussione ampia che verta sul ruolo e l’organizzazione della polizia nel nostro Paese e di conseguenza in questo quadro delineare bene i compiti della Polizia Locale.
Credo che dobbiamo uscire dal limbo, che vede la riforma della sicurezza nel nostro Paese passare solo dalla riforma della Polizia Locale, lasciare da parte DDL stantii, buoni solo per dibattere sul sesso degli angeli, ed aprire una vera discussione sui ruoli e compiti.
Tutti dovranno fare la loro parte, non sognando ma applicando le leggi che ci sono e privilegiando i propri compiti; non sempre la sussidiarietà, o meglio l’interpretazione data al concetto, è stata quella corretta, a maggior ragione ora che il quadro nel bene o nel male è chiaro.
Occorre mettere mano al comparto sicurezza nel suo complesso e questo è un compito del Governo, poiché la sicurezza deve essere considerato come un fattore essenziale per il rilancio e per la competività del sistema Paese.

Se non ora quando?”.

Il punto di vista dei sindacati
Abbiamo raccolto la voce dell’OSPOL, nella persona del presidente nazionale Luigi Marucci, che si fa portavoce di un disagio diffuso tra coloro che, come si evince dalle dichiarazioni raccolte, ritengono di subire da parte degli organismi politici una discriminazione avvertita come iniqua rispetto agli appartenenti alle altre Forze dell’Ordine.

Luigi Marucci,

Responsabile Nazionale del Dipartimento Polizia Locale C.S.A.
Luci (poche) ed ombre (molte) del decreto monti sulla polizia locale (e sulle autonomie in generale)

“In base ai più scontati modelli di analisi sociale, la valutazione di merito dell’oggetto di studio deve correttamente articolarsi su tre livelli di indagine: a) la “cornice” politico-istituzionale entro cui determinati fatti e fenomeni sviluppano; b) il “quadro”, ovvero il contesto strategico ed operativo (cause, motivazioni, obiettivi e risorse) che rappresenta la progettualità perseguita dal responsabile dell’azione e della decisione; c) gli effetti di ricaduta dell’azione ed i processi che questa avvia nei confronti dei destinatari.
Ciò premesso, e con specifico riguardo alla c.d. “manovra salva-Italia”, deve necessariamente osservarsi - per quanto possa attenere al primo livello della questione - che il Governo dei Tecnici nasca già gravato da un “peccato originale” di conformità (o, se si preferisce, di difformità) costituzionale, impersonando un’anomalia rispetto alla ordinaria applicazione delle regole e procedure previste dalla Carta e dall’ordinamento italiano.
Infatti, la stessa emergenza, da intendersi come uno stato di eccezione relativo all’ordine giuridico, non è punto menzionata nel testo della Costituzione formale vigente (ed anche quella c.d. “materiale” non sembra contemplarla), salvo che per singole leggi e singoli atti laddove, nel caso di specie, si è verificata la sostituzione, in blocco, di un’intera compagine governativa.
Che, poi, per le ragioni più varie, il problema di fondo della legittimazione sia stato rimosso, tralasciato e, comunque, non risolto anche dalla pur fitta schiera dei costituzionalisti (veri o improvvisati) nostrani, non revoca in dubbio come una tale “soluzione alla crisi” abbia prodotto la paralisi o, quantomeno, il ridimensionamento della produzione legislativa “normale”, a cominciare dalla attuazione del federalismo, pur soltanto fiscale.
A prescindere dall’evidentissimo capovolgimento di prospettive, avutosi con l’istituzione (addirittura) di un nuovissimo (ed inedito) Ministero della Coesione Nazionale - il cui intento anti-decentrativo ed anti-federalista è smaccato - la “rivoluzione” distributiva delle imposte locali indica una sostanziale appropriazione di titolarità e destinazione di queste, a cominciare dall’invenzione dell’imposta municipale (IMU), che vede il trasferimento allo Stato del balzello (già ICI) sulla seconda casa e per un importo, guarda caso, esattamente corrispondente al precedente gettito (per la prima abitazione) concesso ai Comuni. Ne risulta, così, che dei 21,8 miliardi complessivi dell’IMU, 9 sono di competenza statale, simmetricamente alla cifra di 9,2 miliardi della vecchia ICI. In pratica, mediante il raddoppio (e più) del carico contributivo gravante sul cittadino, lo Stato preleva i fondi strumentalizzando l’imposizione riservata al Comune divenuto, ora, il servo-esattore per conto terzi. Va da sè, peraltro, che un simile espediente azzera gravemente il potere di controllo dei contribuenti locali nei confronti di una buona porzione di quanto costoro pagheranno e dei conti pubblici che sfuggiranno alle casse degli EE.LL.
Ma, quello dell’imposta (semi-) municipale è solo un esempio, seppur vistoso, della decurtazione delle risorse inflitte a Comuni, Province e Regioni, poiché già la manovra-Berlusconi (l’ultima!) aveva operato pesanti tagli agli stessi EE.LL. ed alle Regioni tant’è che, con particolare riferimento alla Polizia Locale, si registrava la sottrazione di stanziamenti nell’ordine di circa 100 milioni di euro, malgrado la notoria e (annosa) condizione di dissesto che la finanza locale denuncia per i Corpi e servizi operanti in tutta la Penisola.
A “coronamento” di queste politiche anti-localiste è, quindi, intervenuto il disposto dell’art. 6 del Decreto Monti, che ha escluso la P.L. dal novero delle categorie dell’ex - pubblico impiego rimaste a fruire dell’equo indennizzo, della pensione privilegiata e della stessa nozione della “causa di servizio”.
In realtà, anche sotto questo profilo, il Governo Tecnico sembra essersi prefisso l’obiettivo di rimarcare ulteriormente l’espulsione delle polizie locali, ovvero non-statali, dai ranghi (e dai recinti) del Comparto Sicurezza, suggellando, in tal modo (e nel peggiore dei modi!), quel lungo processo normativo iniziato con il famigerato D.Lgs. 29/93 (o “Legge Amato”), che aveva riservato la permanenza nel (vantaggiosissimo!) regime contrattuale di diritto pubblico unicamente alle Forze armate e Forze di polizia dello Stato. E ciò, con il fin troppo chiaro intendimento di testimoniare, “per tabulas”, l’inassimilabilità dello stato giuridico della P.L. a quello proprio della Polizia di Stato, ai Carabinieri, ecc. e., poi, ai Vigili del Fuoco, alla Guardia Costiera e similari. Esasperando, così il continuismo (“continuità” è termine persino più nobile!) ultraventennale di progressive menomazioni del ruolo istituzionale, operativo ed economico, rivolte alla P.L., il Governo Tecnico - assolutamente e/o volutamente insensibile alla parità di molte funzioni espletate dagli organismi locali e statali - ha reso ancora più bieca la connotazione impiegatizia e burocratico-amministrativa di queste strutture, già gravemente compromesse dalla sedicente riforma costituzionale del Titolo V che aveva assegnato alle Regioni la competenza esclusiva (!) in materia di polizia amministrativa locale, cioè, il nulla sotto l’aspetto delle attività di polizia vere e proprie.
Non di meno, nei tempi recenti, si è assistito, grazie ai tanti balletti sui “contratti di sicurezza”, sulle finalità, espresse o sottintese, dei vari “Pacchetti” ecc. ad un crescente utilizzo di personale della P.L. in compiti di ordine pubblico, pubblica sicurezza e, in ultimo, di contrasto all’evasione fiscale, su commissione dei Prefetti, Questori e, ora, anche della Agenzia delle entrate. Codesta nuova “politica della sicurezza integrata”, però, al di là degli orpelli delle maxi-retate “modello Cortina” o degli sgomberi dei campi-nomadi, del controllo degli immigrati, ecc., ha il comun denominatore della totale subalternità degli operatori della P.L. alle direttive degli organi statali, anche perché rappresenterebbe una grave violazione di legge conferire potestà di polizia autonome a enti e servizi non statali, posta la categorica riserva data allo Stato, in materia di o.p. e p.s., dall’art. 117 Cost., “riformato” del 2001.
L’ingegnosa soluzione compromissoria che ne è, allora, derivata, consiste nel “farlo ma non dirlo” (e questa sarebbe una P.A. “europea”?), ossia nel coinvolgere unità e contingenti di personale della P.L. in ruoli accessori e di supporto alle Forze di polizia statali, purché privi di specifiche qualifiche e potestà idonee a consentirne un esercizio autonomo. Lo stesso armamento continua, imperterritamente, ad essere subordinato ad esigenze di difesa personale, con l’effetto di esporre a continui rischi fisici (se non usano l’arma) e giuridici (se la usano) gli agenti locali, seppur in situazioni di servizio e per motivi di ... ordine pubblico o di polizia giudiziaria.
Peraltro, quel che lascia stupefatti è che il protrarsi di una simile situazione avvenga con l’acquiescenza e, dicasi pure, con la complicità degli amministratori locali i quali, salvo rare eccezioni, si dimostrano sempre molto zelanti ad adempiere alle richieste prefettizie e questorili, pur conoscendo perfettamente lacci e lacciuoli imposti da una sciagurata legiferazione speciale (e decretale) cui essi, in stragrande maggioranza hanno dato costante, quanto pieno appoggio.
Anzi, va opportunamente ricordato come, proprio dall’ANCI siano venuti i peggiori tentativi di asservire ulteriormente la P.L. a quel tipo di iniziative, emettendo a getto continuo pseudo-proposte di riforma della ancor (fortunatamente) vigente L.65/86 che, a fronte della più totale assenza di miglioramenti e perequazioni dello status giuridico, economico e contrattuale della categoria, si profondevano nell’istituire Comitati sottocomitati, conferenze ed ammennicoli vari per “statizzare” la P.L. in funzione di portatrice d’acqua delle Autorità di Pubblica Sicurezza.
Ed anche sul versante delle (reclamizzate) funzioni tributaristiche, va appena rilevato come queste ultime dovrebbero riguardare esclusivamente le imposte locali (da esplicare in via autonoma e previa costituzione di nuclei specializzati all’indomani di un’adeguata formazione tecnica), mentre, nei tempi più recenti, il concorso della P.L. ad accertamenti fiscali (più o meno teatralizzati) si è tradotto nella regolamentazione del traffico nei luoghi in cui la G.d.F. procedeva ad indagare i conducenti di automezzi particolarmente vistosi ( e costosi!).
Allora per fornire una benché minima risposta al quesito di fondo circa la valutazione del Governo tecnico, deve sottolinearsi come, nel caso della P.L., ci si trovi al cospetto di tematiche realmente strutturali, tali da coinvolgere profili che spaziano dal destino delle Autonomie Locali nell’ordinamento normativo a problemi inerenti le funzioni di polizia che la L. 65/86 continua a conferire e che possono trovare l’unica, autentica (e seria, per un Paese civile!) soluzione in una ripartizione di competenze per materia/e tra Stato ed EE.LL. consentanea allo svolgimento delle reciproche identità istituzionali.
Ciò, tuttavia, nulla toglie all’esigenza di correggere le profonde storture legislative, delle quali il Governo Tecnico si è reso sommo artefice, sul tipo della negazione di prerogative come l’equo indennizzo e la causa di servizio, gravanti (e penalizzanti) sulla P.L. E, questo, per ottenere una equità di trattamento anche economico ed indennitario per quanti arrivano a rischiare la propria vita (vedasi Milano) con l’ulteriore scrupolo di lasciare i familiari superstiti privi delle stesse risorse assicurate a medici e paramedici adibiti ad interventi di pubblico soccorso (art. 6 citato) o, al personale amministrativo dei VV.FF. sol perché insediato nel Comparto Sicurezza o, comunque, ricompresi in strutture complessivamente distinte dal Decreto Monti.
Quanto al merito dei “tagli”, segnatamente concernenti la riduzione dei costi di funzionamento delle Autorità di Governo, del CNEL, delle Authority e, soprattutto, delle Province, al fine di non cadere nella trappola dell’emergenzialità “che tutto consente”, va ribadito che trattasi di questioni sostanzialmente irrisolvibili con qualche riduzione di prebende (che, magari, rientrano sotto mentite spoglie), chiamando in causa il significato di enti, notoriamente e tradizionalmente, ritenuti inutili o inerti (il Garante della privacy, a fronte della invasività dell’azione statale, si è limitato a qualche blanda protesta e la Consob è la storica assente, nella catastrofe borsistico-finanziaria e suoi antecedenti), seppur rispondenti alla “logica” statalista dei Super-Controlli trasformati in altrettanti carrozzoni.
Quanto alle Province, la loro sbandierata abolizione si rivela sempre di più una farsa giacché, da sempre, la superfluità e la dissipazione di risorse, che le contraddistingue, restano blindate dalla funzione di “contenitore” dell’istituzione delle Prefetture (nonché dei Comandi dell’Arma dei CC. e della Guardia di Finanza, nonché della Banca d’Italia), ovvero del radicamento, sul territorio, dell’Amministrazione centrale e del cuneo statale che esse incarnano all’interno del corpo delle Autonomie Locali. E non è certo casuale che, a fronte della loro tanto reclamizzata abolizione, non una riga (o una parola) sia stata dedicata alla contestuale riforma che dovrebbe riguardare Prefetti e Generali, qualora sparissero le loro sedi, “tradizionali” al punto da costituire l’unica eredità bonapartista ancora esistente nel Belpaese. Assieme alla sottrazione della “Gioconda”, naturalmente”.

Il parere di dirigenti
del settore sicurezza e dell’Ospol
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